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Se nella stampa si ignora il diritto alla difesa. Alcune riflessioni da un caso di cronaca.

Il caso

Il 21 novembre scorso la Polizia di Cagliari dava notizia, con una conferenza stampa, di un’operazione coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia (nominata “Calypso Nest”), che aveva condotto all’arresto di 21 persone, perlopiù cittadini nigeriani, con l’accusa di essere parte della Supreme Eiye Confraternity, uno dei principali sodalizi della mafia nigeriana. La notizia è stata ripresa con molta enfasi da tutta la stampa regionale, cartacea, digitale, televisiva, ed ha trovato spazio anche nelle principali testate nazionali. Nella conferenza stampa la Polizia forniva ampi particolari sull’inchiesta che aveva condotto agli arresti, fornendo anche filmati con intercettazioni ambientali tesi a mostrare i metodi criminali del gruppo posto sotto accusa.

La stampa ha riportato le informazioni fornite dalla Polizia in conferenza stampa:

riportando le accuse come fatti già certi e appurati;

dando già per certa la natura mafiosa del gruppo coinvolto;

diffondendo nomi e volti di tutte le persone fermate, a prescindere dalle singole posizioni giudiziarie;

enfatizzando notevolmente filmati e intercettazioni prodotte dalla Polizia;

enfatizzando particolari secondari e irrilevanti, come il possesso, da parte degli accusati, di permessi di soggiorno per motivi umanitari;

da lanuovasardegna.it

condendo il tutto con titoli ad effetto, talora volutamente fuorvianti;


Nel testo dell’articolo si legge: «Per ora» evidenzia il dirigente Marco Basile, «non ci sono elementi certi per parlare di un racket sull’accattonaggio o del controllo delle zone destinate all’elemosina» (Unione Sarda, 24 novembre 2018, pagina di Cagliari). Il titolo è dunque contraddittorio con l’articolo, e sostanzialmente menzognero, in quanto spaccia per certezza un mero sospetto privo di conferme.
da Castedduonline, il “capanno degli orrori”

di fatto emettendo già una sentenza di condanna complessiva prima ancora che il materiale indiziario portato dall’accusa potesse essere vagliato dai difensori dei singoli accusati e dai giudici preposti al giudizio di merito.

Il 25 giugno, la sola Unione Sarda, in un breve pezzo in taglio basso nella seconda pagina della cronaca locale di Cagliari, ci da notizia di come Cassazione e Tribunale del Riesame abbiano concordemente deciso per la scarcerazione di quasi tutti i fermati di novembre, “sollevando dubbi sull’esistenza dell’organizzazione mafiosa”. L’articolo è troppo breve per dare conto in maniera dettagliata dei motivi che hanno spinto i giudici a questa decisione, non si capisce quindi se questa sia stata dettata da debolezze del quadro probatorio, da interpretazioni di natura giuridica, dalla rivalutazione della posizione degli accusati o altro.

Non spetta certo a noi determinare l’esito del processo, che seguirà il suo corso e potrebbe chiaramente dare ragione al lavoro degli inquirenti, un lavoro certamente non semplice, e che non siamo in grado di giudicare (salvo un punto su cui più avanti diremo qualcosa: la presentazione ai media). Quello che importa rimarcare, è la totale disimmetria tra lo spazio concesso all’accusa e quello concesso alla difesa nella rappresentazione mediatica. A fronte di un’ampia e rilevante esposizione del quadro indiziario messo in piedi dalle indagini delle Forze dell’ordine, la posizione assunta dai difensori non è mai stata riferita, le ordinanze dei giudici favorevoli alla difesa sono sostanzialmente ignorate dalla stampa, e l’unico giornale che ne dà notizia (con un rilievo incomparabilmente minore), non spiega e non contestualizza l’informazione, rendendola praticamente irrilevante.

da L’Unione Sarda, 25 giugno 2019, pagina di Cagliari

I doveri (non rispettati) del giornalista

Ricordiamo che il Testo Unico dei Doveri del Giornalista, all’articolo 8, dedicato alla cronaca giudiziaria, dice che il giornalista “rispetta sempre e comunque il diritto alla presunzione di non colpevolezza“, “cura che risultino chiare le differenze fra documentazione e rappresentazione, fra cronaca e commento, fra indagato, imputato e condannato, fra pubblico ministero e giudice, fra accusa e difesa, fra carattere non definitivo e definitivo dei provvedimenti e delle decisioni nell’evoluzione delle fasi e dei gradi dei procedimenti e dei giudizi”. Di fatto, in questo, come in molti altri casi, la custodia cautelare viene implicitamente a coincidere con una condanna definitiva, e tutto il complesso meccanismo delle garanzie giuridiche a tutela dell’imputato viene sostanzialmente estromesso dalla cronaca, o presentato in maniera talmente superficiale da essere incomprensibile.

L’articolo 9 del Testo Unico dei Doveri del Giornalista dice che il giornalista “rettifica, anche in assenza di specifica richiesta, con tempestività e appropriato rilievo, le informazioni che dopo la loro diffusione si siano rivelate inesatte o errate; non dà notizia di accuse che possano danneggiare la reputazione e la dignità di una persona senza garantire opportunità di replica. Nel caso in cui ciò si riveli impossibile, ne informa il pubblico (…); non omette fatti, dichiarazioni o dettagli essenziali alla completa ricostruzione di un avvenimento”. In questo, come in innumerevoli altri casi che costituiscono il grosso della cronaca quotidiana, il diritto di replica non è nemmeno contemplato, esiste solo la versione della Polizia giudiziaria, la rettifica non è considerata necessaria, e il rilievo appropriato della stessa è completamente arbitrario.

La cornice razzista del discorso sulla mafia nigeriana

La mafia nigeriana costituisce da tempo uno dei principali spauracchi mediatici che alimentano il fiorente filone razzista del corrente dibattito pubblico. A fronte di una quantità di segnalazioni per reati associativi dei criminali nigeriani certamente non paragonabile a quella degli italiani, e nemmeno a quella di altre nazionalità, il nesso nigeriano-criminalità-mafia è profondamente radicato nel discorso mediatico, e costantemente rilanciato nella cronaca, con una esposizione totalmente sproporzionata rispetto all’incidenza relativa ad altri fenomeni criminali (a partire dalle mafie italiane).


tratto da: Relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia, dicembre 2018, https://www.camera.it/_dati/leg18/lavori/documentiparlamentari/indiceetesti/074/002/00000033.pdf
Notiamo che le segnalazioni non corrispondono necessariamente a condanne.

L’operazione “Calypso Nest”, ad esempio, viene a un mese di distanza dalla vergognosa campagna stampa de La Nuova Sardegna sul centro storico di Sassari, una campagna tutta fondata sulla identificazione generale dei nigeriani con il crimine, e della criminalità nigeriana con una mafia dai tratti esotici e sinistri, ovviamente intesa come peggiore della criminalità italiana, sebbene sia totalmente imparagonabile ad essa per incidenza e potere. Anche la rilevanza nazionale raggiunta dalla notizia dell’operazione testimonia della sensibilità mediatica del tema: altre grosse operazioni contro la criminalità prodotte negli anni in Sardegna non hanno avuto la stessa copertura.

Se ci fosse un minimo di interesse a trattare seriamente il tema, si sarebbe, per correttezza dell’informazione, dato conto dei dubbi emersi in sede dibattimentale, ma in realtà non c’è nessun interesse a trattare il fenomeno della mafia nigeriana in maniera sensata. Ciò che importa, mediaticamente, è creare allarme intorno a una delle nazionalità maggiormente rappresentate nei flussi migratori della rotta mediterranea, così come nelle richieste d’asilo in Italia, continuando ad alimentare il timore e il senso d’assedio verso i flussi migratori provenienti dall’Africa. Col risultato paradossale di favorire quelle forme di emarginazione che facilitano il reclutamento da parte dei gruppi criminali (come testimoniato dagli stessi inquirenti, nell’articolo dal titolo sensazionalistico e allarmistico riprodotto in apertura di questo scritto).

Non a caso, il linguaggio attraverso cui viene veicolato il passaggio mediatico del fenomeno mafioso nigeriano, passa quasi sempre attraverso i moduli della retorica dell’invasione. In questi ultimi mesi i titoli allarmistici sul tema si sprecano, superando abbondantemente la misura del falso per sfociare nel ridicolo: “L’Italia in mano alla mafia nigeriana”, scrive Panorama, “Ecco come la piovra nera sta conquistando l’Italia” per Linkiesta, e così via, in un profluvio di titoli e articoli allarmistici che sembrano ignorare la realtà di un panorama criminale ovviamente sempre dominato dalla ‘ndrangheta, la camorra e la mafia (giova ricordare che nell’ultimo rapporto della Direzione Investigativa Antimafia, su oltre 500 pagine, solo 3 sono dedicate alla mafia nigeriana. E la gerarchia delle organizzazioni criminali è ribadita costantemente e chiaramente).

Puntuale, e puntualmente messo in evidenza dai giornali, è infatti giunto il commento dell’attuale ministro degli interni, ovviamente inteso anch’esso ad emettere una sentenza di colpevolezza prima del processo (oltre naturalmente a prendersi meriti per il lavoro altrui); è ovviamente strumentale, poi, il riferimento alla protezione umanitaria goduta dagli accusati, un fatto totalmente irrilevante ai fini della notizia, evidenziato proprio nei giorni in cui veniva convertito in legge il decreto “sicurezza”, che proprio il permesso di soggiorno per motivi umanitari aboliva.

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Processo mediatico e populismo penale

Se la cornice discorsiva in cui è immerso il fenomeno della mafia nigeriana risulta intossicata dal suo uso propagandistico, la riproduzione del discorso si avvale anche del riflesso condizionato che spinge le redazioni a pubblicare in maniera acritica tutte le dichiarazioni e i materiali forniti dalla Polizia giudiziaria e dalla Procura, senza premurarsi di attendere il tempo necessario ad offrire spazio alle valutazioni in sede di dibattimento, scindendo in maniera arbitraria la cronaca nera dalla cronaca giudiziaria e di fatto stipando il discorso quotidiano di giudizi di colpevolezza senza processo, specialmente quando gli accusati sono appartenenti a categorie sociali già stigmatizzate ed emarginate. A monte di questo problema, vi è il malcostume degli uffici di Polizia giudiziaria, che alimentano la mediatizzazione dei processi fornendo materiali di dubbia utilità dal punto di vista della completezza dell’informazione, ma di sicuro impatto mediatico e spettacolare (come i video e le intercettazioni del caso in esame, o peggio).

In questo contesto mediatico, in cui l’accusa fa più notizia della difesa, e spesso anzi è l’unica parte a fare notizia, diventa sempre più difficile difendere le garanzie a tutela dell’imputato nei processi. Il risultato è un imbarbarimento del dibattito pubblico, un costante alimentarsi di pulsioni forcaiole, una diffusa concezione della pena finalizzata alla vendetta, invece che alla rieducazione, una diffusa percezione delle garanzie processuali come mero ostacolo alla giustizia, e in generale una polarizzazione del discorso legalitario, per cui la difesa dei diritti dell’imputato viene assimilata moralisticamente alla difesa delle azioni per cui questi è sotto accusa.

É inutile rimarcare quanto questo modo parziale e superficiale di coprire la cronaca possa risultare lesivo dei diritti delle persone, anche (e soprattutto) quando imputate per reati gravi e infamanti, e quanto tutto ciò sia pericoloso per la tenuta dell’ordinamento democratico, reso sempre più debole di fronte a possibili usi strumentali e spettacolari della funzione giudiziaria.

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