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Stato di emergenza ed emarginazione di Stato. La posizione di Asce nell’emergenza Covid-19

In queste ultime settimane tutte e tutti noi siamo alle prese con le conseguenze sanitarie e sociali dell’emergenza coronavirus. Come volontar* e attivist*  ci rendiamo conto di avere delle responsabilità. Abbiamo il dovere di pensare più col cuore e col cervello che con la pancia, abbiamo il dovere di tenere i nervi saldi, alta l’attenzione e fine lo spirito critico, anche di fronte alla realtà che l’emergenza del Covid-19 rappresenta, anche di fronte all’impressione di impotenza che il mettersi in moto di un fenomeno di questa portata può generare in tutti noi. Dobbiamo essere ben coscienti che l’emergenza, di per sè, non giustifica tutto ciò che viene fatto in suo nome, nè, soprattutto, tutto ciò che in suo nome verrà ulteriormente relegato ai margini dell’attenzione collettiva. Dobbiamo resistere alla tentazione di ritrarci in un angolo e aspettare che il peggio passi, perché nel pieno dell’emergenza si delineano cambiamenti che potrebbero impattare la vita di tutti per molti anni a venire.

Come soc* e volontar* dell’ASCE, il nostro primo pensiero è stato per le persone più emarginate e isolate. Mentre si diffondeva l’ hashtag #iorestoacasa, siamo stati tra chi invece ha pensato a chi una casa non ce l’ha. Dove dovrebbe stare chi vive in baracca, magari segregato in ghetti etnici dalle condizioni sanitarie insopportabili, chi vive in appartamenti minuscoli e sovraffollati, chi è in carcere, o nei lager per migranti? Sotto la retorica unitaria di questi giorni echeggia il sempiterno pregiudizio di classe: come si può essere così “irresponsabili” da essere poveri ed emarginati? L’idea che la casa sia per tutti un rifugio comodo e sicuro in cui attendere il passaggio della tempesta è un’idea che dà il senso di quale sia la normalità attorno cui si struttura questa unità nazionale, la sua selettività. I discorsi e gli appelli ci sono parsi rivolti solo a una parte della società: quella che ha casa dove rifugiarsi, quella che in questa situazione non rischierà di morire di fame, quella nelle condizioni di cavarsela, nonostante tutto, perchè in possesso di mezzi e strumenti per ridurre al minimo il rischio del contagio. La minaccia che pende su chi è escluso da questa unità è invece aumentata come non mai, duplicata nella minaccia dell’emergenza e del replicarsi della sua emarginazione anche nelle misure prese per contrastarla.

Ma anche chi ora è compreso nella normalità, non è detto che ci rimarrà a lungo. Abbiamo il dovere di chiederci dove staranno, tra qualche mese, tutti quelli che hanno perso la paga in questi giorni e non potranno permettersi di pagare l’affitto e le spese. Saranno aggiunti alla folla degli “irresponsabili”?
La grande bugia che ci sta venendo propinata è che tutti abbiamo le stesse possibilità di scelta, le stesse motivazioni, che siamo davvero un corpo unico, siamo “sulla stessa barca” di fronte alla minaccia democraticamente ripartita del virus. Che questa sia l’unica minaccia degna di attenzione e che i comportamenti di ognuno debbano essere visti in funzione di questo. 
Non è così. Mentre affrontiamo l’emergenza coronavirus, tutti i mali della società in cui viviamo non si sono magicamente eclissati, ma rimangono lì, a complicare il contesto dell’emergenza sanitaria, e quello di ciò che verrà dopo. L’emergenza ambientale, la disuguaglianza sociale, il deteriorarsi della democrazia, sono tutti elementi presenti in questa crisi come non mai, anche se si tende a non parlarne.

La gestione scellerata dell’emergenza sanitaria da parte dei vertici sanitari sardi è sotto gli occhi di tutti. Gli ospedali, privi di mezzi, strutture, personale ed esperienza, sono il focolaio del contagio in Sardegna, i dati parlano molto chiaramente. La Giunta regionale più incapace e irresponsabile che si sia mai vista, ignora le richieste del personale ospedaliero e invoca i militari in strada.Trasformare l’emergenza sanitaria in un’emergenza di ordine pubblico, il male invisibile del virus nel nemico visibile dei propri stessi cittadini, questa è l’operazione di esorcismo operata da una classe politica di inetti totali. Quella stessa classe politica che negli anni ha devastato il  sistema sanitario, lasciandolo in una condizione di emergenza permanente, senza personale, posti letto, strutture, mezzi adeguati, oggi agita l’unico strumento che le è rimasto in mano come soluzione a tutti i mali: la forza pubblica.  Eravamo e siamo tra chi ha sempre gridato PIU’ OSPEDALI MENO BASI MILITARI, contro le privatizzazioni, la svendita del territorio e lo smantellamento dello stato sociale, ora che paghiamo tutti le conseguenze di quelle scelte egoiste e scellerate, dobbiamo tenere fisso a mente chi ne è stato il responsabile. 

Riteniamo preoccupante la facilità con cui si accetta che la democrazia, la responsabilità collettiva dei cittadini, sia incompatibile con l’emergenza: perché è la logica propalata dagli inetti al potere per autopreservarsi, contro tutto e tutti. Il trionfo della logica poliziesca che vede in ogni cittadino un trasgressore in attesa di essere scoperto è la loro difesa. In questo clima inquisitorio emerge la frenesia degli amministratori nel produrre sempre nuovi divieti, senza alcun raziocinio, secondo una logica del fare tutta mediatica, ma incompetente e priva di sostanza, che ignora la complessità del territorio che amministra, e non considera le conseguenze delle sue azioni. La via tracciata dall’isteria collettiva verso la legge marziale non è una soluzione accettabile per questa, come per nessun’altra crisi. 

Dobbiamo fare tutto il possibile per restare al fianco di chi è destinato a subire con più violenza i contraccolpi dello stato di emergenza, nel silenzio che la distrazione generale consente, tutte quelle persone, quelle situazioni che la falsa cappa di “unità nazionale” ci invita a dimenticare e lasciare a sé stesse, più ancora di quanto accada in tempi di “normalità”. Dobbiamo prepararci alla violenza del contraccolpo economico che verrà dopo l’emergenza, e alle pretese di ristrutturare la nostra società in senso ancora più escludente e autoritario, che già vediamo in luce nell’azione di quanti cercano di nascondere lo stato pietoso del sistema sanitario dietro cordoni di poliziotti e militari. 
Proprio per questo motivo abbiamo il dovere di continuare e aumentare il nostro attivismo, nei limiti del possibile e con le dovute precauzioni, mutando la maniera di operare, sia per sopperire alla distanza e all’isolamento ai quali siamo costrett*, che per aiutare chi in questo momento è più in difficoltà. Mantenendo un occhio al domani, perché non si potrà proseguire come se nulla fosse successo, e non si potrà consentire a nessuno di utilizzare questa crisi per peggiorare ulteriormente la vita delle nostre comunità.

Un commento

  • Mazzucchelli Caterina

    Sono molto d’accordo con questo articolo, soprattutto con il fatto: “La via tracciata dall’isteria collettiva verso la legge marziale non è una soluzione accettabile per questa, come per nessun’altra crisi.” In questo senso vorrei indicare il sito d’internet di Heinz Grill it, su cui ad esempio viene discusso della responsabilità, paragonabile con Mahatma Ghandi, il quale ai tempi ha portato l’ahimsa, la non-violenza al popolo. In riguardo all’attuale situazione del Coronavirus H. Grill dice: ”… se tutti cominciano con una buona disciplina per sviluppare ogni giorno una buona responsabilità in ogni ambito della vita, le regole dello stato non possono più creare un caos, come sta succedendo attualmente.”

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