A.S.C.E.

Associazione Sarda Contro l'Emarginazione

Nullafacente sarà lei! Contro l’apologia dello sfruttamento lavorativo a mezzo stampa

Arriva l’estate, e puntualmente incominciano ad uscire i soliti servizi giornalistici in cui le organizzazioni degli imprenditori si lamentano di non riuscire a trovare i dipendenti per la stagione estiva nella ristorazione. Questi articoli sono perlopiù scritti a stampino, in genere rappresentano la voce di un imprenditore che racconta la propria esperienza, la universalizzano attraverso il parere di un rappresentante delle organizzazioni imprenditoriali, e ci aggiungono una qualche chiusura moralistica sulla mancanza di voglia di lavorare. Un canovaccio nel quale gli allarmi delle organizzazioni imprenditoriali sono riproposti ma mai verificati, né minimamente contestualizzati. Mai che si interpelli una autorità indipendente per la fornitura di uno straccio di dato, mai che si parli con rappresentanti dei dipendenti, per sentire un’altra campana sulle condizioni lavorative che si possono riscontrare nel mondo della ristorazione.

Nei giorni scorsi abbiamo commentato un servizio uscito su Videolina, oggi commentiamo un articolo uscito su L’Unione Sarda di ieri. L’articolo in questione, a differenza del servizio di Videolina, si spaccia per un articolo di analisi. La voce dei rappresentanti delle organizzazioni imprenditoriali, rigorosamente senza alcun contraddittorio, si diffonde in una serie di lamentele francamente opinabili e in flagrante autocontraddizione. Commenteremo passo per passo l’articolo, perché i suoi sottintesi ideologici sono vergognosi, oltre che totalmente privi di fondamento.

Cominciamo dal titolo. Ovviamente, come da due anni a questa parte, il punto di una notizia come questa è l’attacco politico al Reddito di Cittadinanza. Il focus è tutto puntato sulla teoria dubbia e indimostrata per cui questo disincentiverebbe la ricerca di lavoro. A chiarire la partigianeria dell’articolo, basta l’uso del termine volutamente spregiativo per le persone disoccupate di “nullafacenti” presente nell’occhiello, un insulto gratuito a tutti i 55.524 percettori del Reddito di Cittadinanza nella sola Sardegna. Il sottotesto ideologico di questo insulto, è che il problema della disoccupazione non sia un problema strutturale del sistema economico, ma un problema individuale determinato dalla “voglia di lavorare” delle singole persone. Se sei povero, dunque, è perché sei un “nullafacente” e te lo meriti. Questo nonostante due secoli di scienza sociale ci abbiano insegnato che le cause della disoccupazione siano ben più complesse e collettive, rispetto alla mera inclinazione individuale al lavoro. Un insulto che racchiude una menzogna, insomma, e al centro del quale risiede un concetto dell’uomo come mero ingranaggio del sistema economico che è svilente, monodimensionale, idiota.

La ridondanza dell’occhiello, del titolo e del catenaccio, non fa che martellare sull’unico messaggio che interessa al giornale, ovvero l’attacco politico contro il Reddito di Cittadinanza. Reo di offrire, in potenza, troppa possibilità di scelta ai disoccupati nella scelta del lavoro. Il sunto dell’articolo è tutto qui. Non c’è notizia, ma solo una tirata ideologica contro i poveri e i disoccupati travestita da notizia.

Veniamo ora al testo dell’articolo, che da un frame totalmente appiattito sul punto di vista degli imprenditori, affastella una serie di contraddizioni e informazioni scorrette.

“Missione quasi impossibile. A meno di un mese dall’inizio dell’estate trovare cuochi, camerieri o bagnini disposti a lavorare in Sardegna durante la stagione turistica è diventata una lotteria. I più bravi sono stati già reclutati, altri sono partiti oltre mare, ingaggiati da imprenditori di altre regioni che hanno scelto di muoversi in anticipo nonostante le incognite della pandemia”

Già dall’apertura l’articolo si contraddice. È evidente che se “gli imprenditori di altre regioni hanno scelto di muoversi in anticipo” per reclutare i professionisti, la colpa non può essere certo dei percettori di Reddito di Cittadinanza. Punto. Il titolo si evidenzia subito come fuorviante.

Ma poi non è vero che gli imprenditori delle altre regioni si sono mossi in anticipo: le brigate di lavoro per la stagione estiva si costituiscono a partire da molti mesi prima della partenza della stagione, se si può si testano già a pasqua, sempre che non siano già complete dalle stagioni precedenti. Certo, quest’anno si è patita l’incertezza del Covid-19, ma di fatto fa sorridere che imprenditori che si muovono all’ultimo momento si lamentino di non riuscire a reclutare il personale. Specialmente considerando che si è ancora nel pieno della ricerca, e che alcuni dei principali bacini di manodopera non specializzata o poco specializzata sono ancora indisponibili (i giovani che frequentano scuole superiori e università).

Inoltre, in un posto di lavoro ben gestito, le brigate tendono a rimanere costanti negli anni. Se un professionista si trova bene in un ambito di lavoro, vi rimarrà. Chi ogni anno si trova nella condizione di dover rinnovare massicciamente la brigata per la stagione, normalmente è un imprenditore che non garantisce condizioni di lavoro adeguate per standard professionali, paga, ambiente di lavoro. Moltissimi luoghi lavorativi sono gestiti in maniera arraffazzonata, con condizioni che umiliano le professionalità e creano un ambiente conflittuale, in un contesto che è già fortemente stressante anche in condizioni ottimali. I professionisti della ristorazione hanno capacità di discernimento, anche se ai giornalisti dell’Unione Sarda può sembrare strano, e le voci sugli ambienti di lavoro insalubri, malpagati, poco professionali, girano. C’è poco da stupirsi se certi datori faticano a trovare manodopera qualificata.

“Ma c’è anche una grossa fetta di potenziali lavoratori, denunciano le aziende del settore turistico ricettivo, che ha scelto quest’anno di godersi l’estate a spese dello Stato, mantenendosi grazie ai sussidi distribuiti in questi mesi per far fronte all’emergenza Covid. L’allarme lanciato da Federturismo è stato rilanciato da tutte le associazioni: in molti preferiscono gli aiuti pubblici a un onesto lavoro. Paradossi «E sia chiaro, non parliamo di sfruttamento né di stipendi da fame, ma di contratti regolari e ben pagati – sottolinea Alberto Bertolotti, imprenditore e presidente di Confcommercio Sud-Sardegna – a cui in tanti stanno rinunciando per godersi redditi di cittadinanza o emergenza»”.

Qui si arriva al nocciolo dell’argomentazione richiamato nel titolo. Tuttavia, abbiamo solo delle affermazioni di Federturismo, sostenute dal presidente di Confcommercio Sud-Sardegna e da un gruppo non meglio precisato definito “tutte le associazioni”. Mancano completamente dei riferimenti a studi, ricerche, fonti statistiche indipendenti. Le organizzazioni che lanciano l’allarme non sono istituzioni super partes, sono organizzazioni politicamente ostili al Reddito di Cittadinanza, per definizione interessate a trasformare i tanti problemi del sistema della ristorazione in un problema di “voglia di lavorare” dei dipendenti. Mestiere del giornalista sarebbe non rilanciare le voci interessati della parte imprenditoriale come fossero il vangelo, ma verificarle. Qui non c’è nessuna verifica, solo propaganda.

“Insomma, quello denunciato dagli addetti ai lavori è un vero paradosso, considerato che, proprio il reddito di cittadinanza è vincolato alla ricerca attiva di un posto di lavoro tramite i centri di impiego”. “«Centri di impiego? – prosegue Bertolotti – mai stato contattato. Chi si muove autonomamente nella ricerca di personale può quindi ricevere un no senza alcun tipo di penalizzazione per il disoccupato»”.

Qui il rappresentante di Confcommercio ci dice che i centri per l’impiego non funzionano. Non una grande novità, ma anche un’ovvia contraddizione con il modo in cui è inquadrato l’articolo. Se infatti è il sistema dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro a non funzionare, cosa c’entra la “voglia di lavorare” dei singoli? D’altra parte, il modo in cui è presentato il contesto del sistema lavorativo sgrava gli imprenditori di ogni responsabilità, come se la ricerca del personale fosse compito di altri. Perché nessun giornalista chiede mai agli imprenditori quali metodi hanno utilizzato per cercare i lavoratori? Quanti vanno oltre il passaparola? Prima di accusare i disoccupati di essere nullafacenti che non hanno voglia di lavorare, sarebbe il caso di premurarsi di sapere se questi hanno mai avuto modo di conoscere le proposte di lavoro.

D’altra parte, manca anche sempre un discorso sul contenuto di queste proposte di lavoro, che spesso sono indecenti. Nell’articolo, come sempre, si danno per buone le assicurazioni della categoria sui “contratti regolari e ben pagati”, ma nella chiusa della frase riportata qui sopra emerge chiaramente il retropensiero delle organizzazioni imprenditoriali, la ferocia predatoria che sta dietro l’attacco al Reddito di Cittadinanza: “Chi si muove autonomamente nella ricerca di personale può quindi ricevere un no senza alcun tipo di penalizzazione per il disoccupato”. L’idea è quella per cui si dovrebbe impedire alle persone di rifiutare le offerte di lavoro degli imprenditori della ristorazione. Quello che si sottende nell’articolo è praticamente il lavoro coatto dei percettori di reddito di cittadinanza nelle imprese private del settore della ristorazione, qualsiasi sia la condizione lavorativa proposta. Siamo al delirio di chi chiede tutto e non vuole dare niente, e alla compiacenza di giornalisti evidentemente senza scrupoli o discernimento. Il diritto di dire no è sacrosanto, ed è previsto persino da una misura paternalistica e assoggettante come il Reddito di Cittadinanza, quantomeno fino a 2 volte. La proposta lavorativa, inoltre, dovrebbe essere congrua rispetto al profilo del “beneficiario” (almeno inizialmente, purtroppo), ma se questo è lo spirito, che congruità ci si può aspettare?

Non solo, la carenza di personale disponibile sta innescando ulteriori cortocircuiti. «Stiamo assistendo a un calo generalizzato delle professionalità sul mercato – conclude l’imprenditore – e a un aumento delle pretese da parte di chi vuole essere assunto senza avere particolari competenze».

Qui la autocontraddizione è ancora più palese, e da queste parole risulta chiara come il Sole. Da una parte è evidente che mancano le figure richieste da parte degli imprenditori. Tradotto: non è vero che non si trovano lavoratori, ma non si trovano quelli della statura professionale richiesta. E dunque, l’offerta di lavoro c’è, ma sono i datori che non assumono. Altro che allarme!

Non solo. Anche i lavoratori generici si trovano, ma questi hanno “aumentato le pretese”. Ovvero, chiedono più di quanto gli imprenditori siano disposti a dare. Altro che “nullafacenti”! In realtà, chiunque conosca l’andamento delle condizioni del lavoro nella ristorazione sa che negli ultimi anni è avvenuto esattamente il contrario, sono i datori che hanno aumentato le pretese, potendo usufruire in maniera spesso incontrollata di tirocini, alternanze scuola-lavoro, contratti di apprendistato, oltre alle infinite risorse che offre il lavoro sommerso. Ci sono annunci di lavoro apparsi in questo ultimo decennio che precedentemente erano assolutamente impensabili. Ora, tramite l’Unione Sarda, gli imprenditori chiedono anche di potere ricevere come pacco regalo i percettori di Reddito di Cittadinanza.

Ma è chiaro che in realtà non saprebbero che farsene di moltissimi percettori del Reddito di Cittadinanza: persone troppo anziane, o troppo deboli fisicamente, o senza alcuna minima esperienza e interesse nel settore, o che si troverebbero demansionate e quindi demotivate. Nel momento stesso in cui chiedono che queste persone siano costrette ad accettare le loro proposte di lavoro, gli imprenditori sanno anche che a questi lavoratori, con la scusa che “valgono poco” professionalmente, proporrebbero dei contratti miseri, pretendendo l’adeguamento a qualsiasi condizione di lavoro.

Il punto qui è dirimente: se le paghe della ristorazione non sono concorrenziali con il reddito di cittadinanza, in media 522 € per nucleo familiare, in Sardegna, è evidente che si propone paghe da fame. A fronte di un lavoro che è totalizzante e molto pesante, nel quale tutti sanno che gli orari sono spesso indefiniti e gli straordinari una chimera, a prescindere dalla professionalità.

“Rischi Gli effetti collaterali di questa nuova ondata di assistenzialismo sono tanti e tra questi c’è anche il rischio di un impoverimento professionale che rischia di interessare le prossime generazioni di lavoratori. «Decidere di restare a casa per una stagione incide inevitabilmente sul valore del proprio curriculum e sulla qualità dell’esperienza maturata – spiega Nicola Palomba –, chi decide lavorare, lo fa infatti per una crescita professionale indispensabile per la propria carriera. Crescita a cui quindi tanti giovani stanno rinunciando»”.

Ed eccola qui la classica giustificazione retorica per lo sfruttamento nella ristorazione, quella della “gavetta”. Il fatto che lavorando si finisca per imparare il mestiere, diventa la scusa per decurtare la paga, o addirittura tentare vie verso il lavoro gratuito, come in quella aberrazione che è l’alternanza scuola-lavoro. Chi “decide” di lavorare da dipendente lo fa innanzitutto per venire pagato! Ma fa sorridere che si parli di decisione, come se davvero fosse una scelta libera, nel momento stesso in cui si attacca proprio la libertà di scelta, e la si attacca con qualsiasi argomento, compreso questo argomento specioso e falso dell’”impoverimento professionale”. Come se il riconoscimento della professionalità fosse sempre garantito, come se il lavoro in stagione fosse sempre e comunque professionalizzante. In realtà le figure scarsamente qualificate sono fondamentali per mandare avanti la macchina della stagione turistica: commis e lavapiatti, addetti alle lavanderie, alle pulizie delle camere, guardiani, tuttofare etc. La retorica sulla professionalizzazione serve a mascherare l’utilità fondamentale di queste mansioni generiche e spingere sempre più verso il basso i salari. Facciamola finita.

C’è infine il fattore concorrenza. Quella dell altre regioni a vocazione turistica che in moti casi hanno fatto razzia in Sardegna dei migliori curriculum sul mercato regionale. «Figure di altissimo livello hanno deciso di partire da settimane per andare altrove – conferma Gianluca Deriu, di Confcommercio Nuoro – dove la stagione turistica è stata pianificata in largo anticipo rispetto all’Isola. Un gap che fa emergere l’inefficacia delle agenzie pubbliche per l’occupazione, che non sono riuscite e non riescono tuttora a far combaciare la domanda delle imprese con l’offerta di professionisti competenti che in mancanza di alternative scelgono di lasciare l’Isola per un impiego sicuro».

In conclusione, si ritorna laddove si è partiti: è evidente che un problema sistemico di disorganizzazione dei servizi per il lavoro, di debolezza del sistema regionale, non può essere spacciato per un problema di volontà delle persone o di “colpa del Reddito di Cittadinanza”. D’altra parte, è ridicolo che si scarichi la colpa solo sul sistema pubblico delle agenzie per il lavoro, senza menzionare le differenze di paga, di condizioni contrattuali, di ambiente professionale, che spingono i lavoratori sardi a impiegarsi da dipendenti lontano dalla Sardegna. Senza menzionare i deficit culturali di molta parte della classe imprenditoriale, la disorganizzazione delle imprese e del sistema imprenditoriale privato, o le semplici condizioni di puro e semplice sfruttamento che caratterizzano ampia parte del lavoro nel settore.

L’attacco al reddito di cittadinanza, al dunque, è un attacco politico a una misura che sottrae le persone dalla miseria assoluta, rendendogli possibile una parziale e minima contrattazione delle condizioni a cui vendere la propria forza lavoro. È questo che gli imprenditori in realtà denunciano, il fatto che, peraltro molto limitatamente e in forma piuttosto paternalistica, esista un provvedimento legislativo che dà una qualche forza contrattuale ai disoccupati. La retorica del giornale, perciò, risulta particolarmente stomachevole. In sostanza quello che viene detto in questo articolo è che le persone in povertà dovrebbero essere ridotte alla fame per accettare di lavorare a qualsiasi condizione. Una pura e semplice apologia dello sfruttamento.

Chiediamoci davvero se è questa l’informazione che vogliamo. Una informazione scritta da privilegiati, per altri privilegiati. Gente che nei ristoranti e nei villaggi turistici ci è sempre entrata solo dalla porta principale. Gente lontanissima dalla vita della stragrande maggioranza della popolazione sarda, che calpesta la dignità di migliaia di persone senza nemmeno farci caso, chiamandole “nullafacenti”. Come se non fossero migliaia i sardi impiegati nel settore turistico, che sanno come vanno le cose, nel bene e nel male. Un’informazione, al dunque, lontanissima dalla vita e dalla realtà. Specialmente da quella dei giovani (e ormai non più giovani) che in massa, per decenni, hanno mandato avanti la macchina del turismo arricchendo gli imprenditori del settore, spesso in condizioni assurde. Non c’è da stupirsi se poi, mano a mano che passano le generazioni, giornali come l’Unione Sarda perdano sempre più lettori. Gli imprenditori non sono poi così tanti.


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