A.S.C.E.

Associazione Sarda Contro l'Emarginazione

La Sartiglia e la deriva securitaria: tra “decoro” e folklorizzazione

«Follow the money», l’adagio caro a investigatori e scrittori di noir è molto utile per capire cosa sta succedendo alla Sartiglia, il carnevale oristanese che si svolge ormai da più di 500 anni. La motivazione non è di immediata comprensione, ma frugando bene alla fine si trova il nesso tra la deriva securitaria che sta colpendo da un po’ di anni la giostra equestre oristanese e il vil denaro.

Un po’ di storia recente, per cominciare. Fino a qualche decennio fa l’unico modo per assistere alla corsa alle stelle in via Duomo e alle pariglie in via Mazzini era quello di assieparsi in mezzo ad altre migliaia di spettatori sui marciapiedi. Col tempo, però, hanno iniziato a spuntare le tribune a pagamento, prima poche – ovviamente con una parte riservata alle autorità -, poi sempre di più, fino a che ogni spazio libero sufficiente a ospitare le strutture in tubi Innocenti è stato occupato (talvolta si è anche sforbiciato qualche albero per avere qualche posto in più), e il pubblico non pagante è stato relegato negli spazi residuali che, per fortuna, grazie alla conformazione urbanistica delle vie interessate, non sono pochi. Infatti, per ogni spettatore pagante seduto in tribuna, ci sono 10 spettatori in piedi non paganti. Nonostante ciò, il peso dei ricavi derivanti dalla vendita dei biglietti è assai significativo nel bilancio complessivo della Sartiglia: si aggira intorno ai 100 mila euro, un quinto delle spese totali sostenute per l’organizzazione della giostra.

Ora, è abbastanza chiaro che nel momento in cui tu vendi un biglietto, in cambio prometti all’acquirente di offrire un determinato spettacolo. Il problema, però, è che una manifestazione tradizionale conserva elementi tali per cui non si caratterizza come show a cui assistere comodamente seduti secondo un copione prestabilito. Infatti il corto circuito è scattato nel 2018, quando – in protesta contro gli atteggiamenti delle forze dell’ordine e della Questura – i cavalieri che partecipavano alla giostra organizzata di domenica dal Gremio dei contadini decisero di non svolgere le pariglie. Uno sciopero, che mise in grande difficoltà la Fondazione Sartiglia, costretta a rimborsare parzialmente il prezzo dei biglietti venduti per le evoluzioni acrobatiche di via Mazzini. Oltre ad aver arrecato un danno economico, lo sciopero mise in discussione proprio il modello evolutivo della giostra, la sua spettacolarizzazione, tanto che la Fondazione decise di inserire nel regolamento l’obbligo per i cavalieri di fornire spettacolo al pubblico. Una assurdità.

Questa è una parte del problema. L’altra è quella relativa alla gestione delle decine di migliaia di persone che animano Oristano la domenica e il martedì di carnevale. Per tutta una serie di motivi – fra i quali un mutato atteggiamento dei Tribunali di fronte alle responsabilità degli organizzatori e degli amministratori pubblici in occasione di eventi di questo tipo, e una maggiore sensibilità non necessariamente deprecabile in termini di sicurezza per chi partecipa a grandi manifestazioni – col passare degli anni sono state attuate politiche sempre più restrittive. Ingressi a numero limitato, perquisizioni a campione per chi accedeva al percorso della giostra, divieto di accesso con bottiglie tappate, etc. etc. Come a un concerto insomma. Il ritrovo, ormai tradizionale perché nato decenni fa, dei giovani oristanesi sul sagrato della Cattedrale a poche decine di metri dalla corsa alla stella – sebbene fosse già nascosto e ostacolato dall’enorme tribuna – è stato progressivamente eliminato. Prima con sgomberi, pacifici ma comunque effettuati da polizia incordonata nel bel mezzo di una festa, e poi con la definitiva chiusura all’accesso dell’area. I giovani sono così migrati nei giardini tra il Liceo Classico e il Tribunale, quindi del tutto al di fuori del contesto della giostra, in una sorta di esclusione sì volontaria, ma indotta anche da politiche di controllo e sorveglianza. Quest’anno, per l’edizione 2020, l’ulteriore novità: sarà vietato detenere alcol in quell’area, l’ordinanza del sindaco Lutzu lo dice chiaramente. Eppure nessuno, in Comune o nella Fondazione, si è premurato di dare l’opportuno risalto a questa discutibile scelta. Detenere alcol nei giardini tra il Tribunale e il Classico è vietato, ma nessuno lo sa. Migliaia di ragazzi che si ritrovano lì per bere, e questo è un dato di fatto e non comporta valutazioni, domenica mattina riceveranno la sorpresa di non poterlo fare e dovranno trovarsi un altro luogo, probabilmente sempre più lontano dalla manifestazione, oltre che magari beccarsi una bella multa.

Ma l’assurdo è che la detenzione di alcolici è vietata anche all’interno del percorso, dove tradizionalmente tanti spettatori celebrano con un brindisi di vernaccia ogni stella colta dai cavalieri. Il paradosso è che anche il sindaco, i presidenti dei gremi o i componidoris, quando brinderanno staranno violando l’ordinanza. Si possono avere legittimamente preoccupazioni legate all’abuso di alcolici da parte dei minorenni in occasione della festa, sebbene forze dell’ordine e mass media tendano ad esagerare la percezione del fenomeno, distorcendone la visione attraverso una lente moralista che in fin dei conti è solo controproducente. È chiaro, tuttavia, che quella in corso è una deriva securitaria e paranoica, la quale, oltre a essere lo specchio di un dibattito pubblico sempre più chiuso nei confronti della manifestazioni di differenza (e persino del carnevale!), è legata intimamente alla retorica del “decoro”. D’altra parte, pensare che il presunto abuso si combatta con la criminalizzazione o con la marginalizzazione è operazione buona solo per slogan e spot, ma non ha nessun reale effetto su quello che si ritiene essere il problema.

È qua arriva il nesso con i soldi. Perché l’organizzazione della Sartiglia, come tutte le macchine burocratiche, tende ad autoalimentarsi, ad accrescere i propri bisogni economici per giustificare la propria stessa esistenza, peraltro senza neanche lo stimolo del lucro, dato che spese e entrate si pareggiano. E i soldi li portano le comitive dei turisti in gita, non le persone che partecipano alla manifestazione in qualità non di spettatori, ma di attori. Quello in atto è un processo di folklorizzazione, che cristallizza nel tempo una manifestazione popolare trasformandola in uno spettacolo turistico. E uno spettacolo folkloristico deve essere “decoroso”, non può non esserlo. Fuori tutti gli elementi disturbo, che però da che mondo è mondo sono stati parte attiva di quella manifestazione, con l’unico grande obiettivo di trasformare il centro storico di Oristano durante il carnevale in un gigantesco Sartigliodromo, con professionisti pagati per far divertire gli spettatori e tutto sotto controllo. Meglio guardarsi il wrestling, a questo punto.

Questo è solo un aspetto dei processi innescati dalla retorica del decoro e dalla deriva securitaria in una piccola cittadina come Oristano. Si pensi all’enfasi sulla “sicurezza” cittadina attraverso il controllo capillare delle telecamere, con grande dispendio di soldi pubblici ed effetti a dir poco impalpabili sulla prevenzione di fenomeni di criminalità come i (pochi) furti domestici; si pensi a uno dei puntelli principali della propaganda relativa alla cessione in regalo della pineta di Torregrande a un privato imprenditore, che ci vuole realizzare un campo da golf: il fatto che, si dice, era piena di immondizia, era “indecorosa” (e perciò, ecco la logica privatistica del decoro, va recintata e impedita all’accesso della gente comune); si pensi al fatto che qualche anno fa un’alleanza tra partiti di centrodestra e Casapound stava per portare in Consiglio comunale una mozione per rendere illegale in città l’accattonaggio “molesto”, sempre che questa formula abbia un qualche significato.

È necessaria una discussione collettiva su questi processi e questi meccanismi. Riteniamo che da troppo tempo il discorso sulla sicurezza, intesa solo e soltanto come questione di ordine pubblico, abbia intrapreso una deriva nevrotica, sostanziandosi come una malattia autoimmune: qualsiasi cosa succeda, qualsiasi bisogno sociale si evidenzi, la risposta è nelle misure spot legate ai meccanismi automatici del securitarismo. Più telecamere, più risorse alle forze dell’ordine, più restrizioni politiche e amministrative agli spazi pubblici e al diritto di riunione, e qualora queste misure si rivelino inefficaci, ecco che la risposta è un aumento ulteriore delle stesse misure, in un circolo vizioso senza fine. Oristano, dopo decenni di questa cura, è una città culturalmente e socialmente depressa, che si vanta del proprio basso tasso di reati mentre coltiva politiche sempre più restrittive sul vivere collettivo per rispondere a un’emergenza inesistente, e non si accorge della fuga generale dei giovani, della mancanza di sicurezza sociale, del malessere psicologico diffuso dall’isolamento sociale, del bisogno inespresso e insoddisfatto di un buon vivere che viene anche dal mantenimento di spazi di socialità spontanea e non a scopo commerciale.

Riteniamo fondamentale riportare questa questione al centro del dibattito politico, a partire dal dibattito politico locale, perché una società che si arrende a perdere la dimensione spontanea dell’unirsi in collettività è una società destinata a coltivare la paura e l’isolamento, e dunque condannata a disgregarsi, e non sarà con dosi sempre maggiori di paranoia e controllo che si potrà invertire questa tendenza già in atto. Occorre inoltre chiedersi chi ci guadagna da questa disgregazione: chi si posiziona negli spazi aperti dall’isolamento collettivo e lucra sulla mediazione sociale così guadagnata, c’è tanta ideologia cieca, ma anche tanta malafede nell’odierno discorso sul decoro urbano e la sicurezza pubblica.

È un discorso complesso, che andrà sviluppato nel tempo, con pazienza, ma anche con decisione. Un primo passo sarà il 26 marzo al Centro Servizi Culturali di via Carpaccio, quando A.S.C.E. – Oristano e OsservaMedia Sardegna organizzeranno un incontro con lo scrittore bolognese Wolf Bukowski, che presenterà il suo libro “La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro”. Lì potremo cominciare ad analizzare insieme il rapporto stretto che intercorre tra la retorica del decoro e la privatizzazione degli spazi pubblici, l’ideologia che presiede a quella retorica e gli interessi che vi si nascondono dietro.


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