Interventi e riflessioni,  Osservamedia Sardegna

Ieri è stata una giornata storica, ma in Italia non lo ha saputo quasi nessuno

Ieri, nel silenzio pressoché completo della stampa generalista italiana (ne hanno parlato soltanto i media cattolici, a partire da Avvenire e Famiglia Cristiana, e quelli della sinistra pacifista, a partire da Il Manifesto), è entrato in vigore il Trattato per la proibizione delle armi nucleari, a seguito della ratifica da parte di più di 50 stati avvenuta 90 giorni fa. Adottato dai due terzi degli stati membri delle Nazioni Unite il 7 luglio 2017, si tratta del primo trattato internazionale legalmente vincolante che preveda la completa proibizione delle armi nucleari, un passo fondamentale verso l’eliminazione del pericolo sempre incombente di un’apocalisse nucleare. Un fatto politico storico per il diritto internazionale, e un atto sacrosanto che nessuna persona di buon senso oserebbe mettere in dubbio.

Per uno Stato come l’Italia, che ha visto ribadire ben due volte mediante referendum la contrarietà popolare all’uso dell’energia nucleare, per la sua manifesta pericolosità, è quantomeno rimarchevole il silenzio mediatico su un fatto tanto importante. Tanto più in una fase in cui, grazie alla pubblicazione della lista dei siti eleggibili per la costituzione del deposito nazionale delle scorie nucleari, il tema del pericolo nucleare è ritornato nell’agenda politica.

Il silenzio si fa ancora più rimarchevole se si considera che lo Stato italiano, e con esso quasi tutti i paesi europei, non solo non ha aderito al trattato, ma si è anche rifiutato di votarne l’adozione nell’Assemblea delle Nazioni Unite. La posizione ufficiale dello Stato italiano, è dunque contraria alla messa al bando delle armi nucleari, e perciò favorevole al mantenimento degli attuali arsenali nucleari. Una posizione difficilmente difendibile in pubblico, specialmente per uno Stato che ama raccontarsi, a partire dalla sua Costituzione, come paladino della pace globale e del multilateralismo in politica internazionale, e la cui popolazione ha una posizione risolutamente antinucleare. Proprio per questo, dovrebbe fare notizia.

Ma se la posizione popolare in Italia è chiaramente e risolutamente antinucleare, è evidente che il silenzio sulla posizione internazionale assunta dall’Italia serva a rimuovere dalla coscienza collettiva un altro fatto: la palese prevaricazione della sovranità democratica della cittadinanza. Il paradosso è evidente: alla cittadinanza italiana è consentito esprimersi negativamente sull’uso civile del nucleare, ma non sull’uso bellico, nonostante questo sia di gran lunga peggiore sotto qualunque aspetto e certamente ancora meno popolare.

L’uso bellico del nucleare in Italia, d’altronde, avviene sotto l’egida dell’Alleanza Atlantica. L’Italia è parte del programma di condivisione nucleare della NATO, e testate nucleari statunitensi sono stoccate nelle basi militari di Ghedi e Aviano. Così, il silenzio stampa sulla posizione italiana in favore del nucleare bellico, rimuove dal dibattito pubblico anche le reali implicazioni della sua adesione alla NATO e della sua sudditanza agli Stati Uniti. Si nega l’esistenza della questione, di modo da impedire ogni discussione alla radice, evitando di interrogarsi sulle motivazioni per cui si continua a partecipare alla preparazione di un possibile conflitto nucleare, invece di lavorare per rendere impossibile questa evenienza.

Si mantiene così al di fuori del controllo popolare le scelte politiche fondamentali sulla collocazione dello Stato nel sistema internazionale: se entro un sistema di dominio fondato sulla minaccia terroristica dell’attacco nucleare, o piuttosto in “un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” come è peraltro scritto anche nella Costituzione.

L’omissione di notizie di sicuro interesse pubblico, per favorire un’agenda politica non democratica dimostra chiaramente lo scarso senso di responsabilità verso la democrazia, così come verso i propri lettori e spettatori, dei principali media italiani. Un fatto come questo, stante la generalità e l’importanza delle testate giornalistiche comprese, è assai più preoccupante del fenomeno delle fake news su internet, e meriterebbe di essere messo al centro dell’attuale dibattito sui media. La contiguità tra sistema mediatico e meccanismi non democratici di gestione dello Stato, dovrebbe essere considerata ben più di una minaccia per la democrazia, in quanto è già oggi una sua palese e precisa negazione.

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