Interventi e riflessioni,  Osservamedia Sardegna

La dura lezione dello Stato sul caso Cucchi e i “baciamano riparatori”

Un carabiniere fa il baciamano a Ilaria Cucchi (C), sorella di Stefano, dopo la lettura della sentenza in Corte d’Assise nei confronti di 5 Carabinieri imputati nel processo Cucchi, Aula Bunker di Rebibbia, Roma, 14 novembre 2019. I due carabinieri Di Bernardo e D’Alessandro sono stati condannati a 12 anni per omicidio preterintenzionale. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Nel dare la notizia della condanna in primo grado di due carabinieri a 12 anni per l’omicidio preterintenzionale di Stefano Cucchi, la gran parte dei giornali e dei telegiornali ha enfatizzato in maniera esagerata l’episodio del carabiniere che si è avvicinato a Ilaria Cucchi e le ha baciato la mano. Nella lettura di questi giornali, attraverso questo semplice gesto, si sigilla la pace tra la famiglia e l’arma dei Carabinieri, e si sancisce di fatto la chiusura della vicenda. L’arma si distanzia dai suoi componenti macchiatisi di assassinio e, anche attraverso questa immagine, ribadisce la sempiterna retorica delle “mele marce”, l’eccezionalità dell’abuso nell’operato delle forze dell’ordine. Tutti felici e contenti, giustizia è fatta. La famiglia Cucchi potrà godersi un minimo di respiro e di quiete, almeno fino al processo di appello, e l’onore delle forze dell’ordine è salvo.

Ma davvero la lezione della vicenda Cucchi è che alla fine la giustizia trionfa sempre? Davvero l’onore dell’Arma e dello Stato può salvarsi così facilmente?

Provando a immaginare la situazione del caso Cucchi in una condizione diversa, ci rendiamo conto della grande quantità di coincidenze e contingenze che hanno consentito di istruire un processo decente: se la famiglia Cucchi non avesse avuto a disposizione i mezzi morali, culturali, finanziari, per ingaggiare questa battaglia e mantenerla in piedi per dieci lunghi anni sino a ottenere una verità processuale soddisfacente (ma ancora non definitiva); se non si fosse creato un caso mediatico a partire dalla pubblicazione dell’immagine scioccante (e purtroppo ben più eloquente di quella del baciamano) della foto del corpo martoriato di Stefano Cucchi; se non si fosse costituita una ampia solidarietà come quella che, grazie anche al sollevamento mediatico del caso, ha sostenuto la famiglia, con eventi di massa come le proiezioni auto organizzate in tutta Italia del film “Sulla mia pelle”; se non si fosse avuta la tardiva testimonianza del carabiniere Tedesco; senza questi ed altri fatti particolari e peculiari non avremmo avuto un caso Cucchi, e Stefano non avrebbe ottenuto nessuna giustizia.

La lezione reale, nascosta in faccia a tutti come la lettera rubata di Poe, subliminale ma per questo tanto più potente, e ancora più potente perché reiterata lungo dieci anni di battaglia giudiziaria, è la stessa dei casi di Giuseppe Casu, Giuseppe Uva, Francesco Mastrogiovanni, Federico Aldrovandi, ed è che ottenere giustizia contro lo Stato è una impresa eroica, che richiede una dedizione inesauribile, il cui successo non è minimamente garantito, o anche solo probabile.

La lezione impartita dallo Stato è un deterrente verso tutte le persone con forza o motivazione più deboli della famiglia Cucchi, per tutti gli infiniti motivi di debolezza che ci possono essere, un invito a non alzare la testa, a soffocare la rabbia di ogni sopruso: che senso ha cercare giustizia per un qualsiasi sopruso, magari un pestaggio senza conseguenze gravi, se anche dinnanzi al massimo dei soprusi, un omicidio, gli ostacoli sono così grandi, la battaglia così dura e lunga?

Il baciamano, in questo contesto, non è un gesto di conciliazione o ravvedimento, rimane ciò che è sempre stato: un gesto cavalleresco di rispetto verso una dama. In questo caso, il rispetto guadagnato da Ilaria Cucchi grazie al valore dimostrato sul campo di una battaglia legale senza esclusione di colpi. Appartiene a un codice, quello cavalleresco, costruito su misura di una classe militare dominante, l’aristocrazia europea dell’epoca moderna, pertanto non deve stupire se questo gesto viene rievocato, in maniera trasfigurata, da un odierno militare di carriera, un carabiniere.

Sapere perdere con onore la battaglia è parte della virtù cavalleresca, e attraverso il gesto formale di sottomissione verso il vincitore, il carabiniere-cavaliere riafferma il proprio status sociale, in quanto sceglie di onorare l’avversario, riconoscendone una elevazione al di sopra del suo stato, che si presuppone elevato in assoluto. In questo caso il gesto presuppone una riaffermazione dello status sociale di chi lo esercita, in quanto è una concessione: l’ufficiale di Stato onora una semplice cittadina deponendo l’oggettiva superiorità del proprio potere per un attimo, ma è lui che concede l’onore della propria sottomissione, è lui che eleva al di sopra del proprio rango la semplice cittadina, scatenando gli estasiati commenti della stampa cortigiana sul suo gesto.

In questo senso, il gesto di rispetto cavalleresco verso l’eroismo di Ilaria Cucchi, è inserito nello stesso codice culturale che ha consentito ad altri carabinieri di disporre di Stefano Cucchi a piacimento, in quanto “drogato”, e dunque non persona. Il codice cavalleresco infatti si esprime solo tra coloro cui il cavaliere riconosce pari valore al suo, non conosce giustizia per la plebaglia, non conosce una legge uguale per tutti, o il concetto dei diritti umani universali.

Non sarà mai ribadita abbastanza la natura concessiva del rispetto dato a Ilaria Cucchi. Se lo è dovuto guadagnare con fatica, non solo con la sua tenacia, ma soprattutto mostrando un profilo sociale e morale irreprensibile secondo i canoni del consenso mediatico e istituzionale: guai se anche su di lei si fosse potuto gettare il marchio del crimine, della droga, o della marginalità sociale, tutta la sua battaglia di giustizia sarebbe franata in mezzo secondo, nello stigma generale, e nel sollievo delle istituzioni tutte. Altro che baciamano, in quel caso, indipendentemente da ogni valore di giustizia per il caso Cucchi.

C’è un abisso di malafede e pura piaggeria verso il potere armato dello Stato, nella soddisfazione di molti giornali e telegiornali per il baciamano del carabiniere, e tutti i vari gesti simbolici del tardivo riconoscimento delle ragioni della famiglia Cucchi da parte dei vertici dell’Arma. La vicenda Cucchi è circoscritta ad un mero episodio fortuito, la cultura della violenza e dell’impunità che circola presso molte caserme rimossa e sminuita, quando non apertamente apologizzata: un baciamano e via, tutto come prima, con tanto di sciacalli che se la prendono con “la droga”, quando un ragazzo fermato per pochi grammi di hascish viene ammazzato di botte.

Riteniamo particolarmente indicativo il fatto che, in un discorso pubblico nel quale non si perde un giorno senza invocare la videosorveglianza di massa dopo qualsiasi episodio di cronaca, sia un caso di maltrattamenti in una scuola dell’infanzia, una panchina rotta, qualche dipendente pubblico assenteista, una scritta ingiuriosa su un muro, arrivando a prefigurare un concetto di società del controllo completamente paranoico, nessuno abbia pensato di invocare alcuna minima stretta dei controlli dopo l’omicidio acclarato di una persona dentro una caserma: nella logica dei nostri media, è naturale che il potere sorvegli senza essere sorvegliato.

E così, tutta la vicenda Cucchi si risolve nella condanna di due agenti, con tanto di scuse e baciamano. Nessuna riflessione pubblica, nessuna presa d’atto del fatto che se un episodio del genere è potuto succedere, è perché c’è un problema nel sistema penale e della pubblica sicurezza; e dunque nessuna disposizione di alcun tipo per rendere più trasparenti le procedure di polizia e responsabilizzare gli operatori dinnanzi alla cittadinanza. Nessun atto per ribadire con forza che una persona, anche quando entra nelle maglie del sistema penale, mantiene i diritti umani costitutivi dell’essere umano. Nessun atto concreto, insomma, per impedire che un caso come questo si ripeta.

E d’altra parte, all’ombra del caso Cucchi, non sappiamo nemmeno quanti altri casi di abuso, in questi 10 anni, si sono ripetuti dentro le caserme, senza avere la minima possibilità di ottenere giustizia, per esempio nel mondo di sotto dei “quartieri degradati”, dove vivono gli oggetti prediletti della cronaca nera, le classi pericolose degli emarginati e dei criminali, quelle persone che non hanno un congiunto irreprensibile che possa domandare giustizia per loro, e sostenere il peso di una sfida decennale con lo Stato.

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