A.S.C.E.

Associazione Sarda Contro l'Emarginazione

La transfobia de La Nuova Sardegna

Venerdì 27 dicembre, nella pagina di Alghero de La Nuova Sardegna, è stato diffuso un ampio articolo dal titolo “Sassari, vigilia da far west: rissa con i trans in viale Predda Niedda”. L’articolo si caratterizza chiaramente per l’atteggiamento discriminatorio e disumanizzante tenuto nei confronti delle persone transessuali, in una cronaca d’altra parte caratterizzata per la contraddittorietà e la parzialità delle fonti apparentemente utilizzate, nonostante i diversi giorni passati dal fatto narrato avrebbero consentito una indagine certamente più approfondita del fatto (sempre che non sia stato inventato di sana pianta).

La notizia, in sé, è quella di due persone che, dopo averne picchiate altre tre nel corso di una rissa per futili motivi, le inseguono e cercano di investirle con la macchina, provocando vari traumi ad una di esse. A leggere la cronaca stessa, che tuttavia è confusa e contraddittoria, sembrerebbe un tentato omicidio bello e buono. Ma essendo le vittime marchiate con lo stigma generico di una identità transessuale stereotipata, il tutto viene derubricato a fatterello veniale e avventura picaresca, condito di mille particolari inutili ma coloriti, di doppi sensi a sfondo sessuale e non detti fatti apposta per attirare i commenti salaci e divertiti dei lettori su Facebook.

Sin dalla scelta di pubblicare un articolo inerente un fatto avvenuto a Sassari nella pagina di Alghero, abbiamo chiaro il punto di vista e la fonte della cronaca: il fatto è una “rissa con i trans” e riguarda “un cameriere algherese e un amico”. Già dalla scelta del titolo e dell’occhiello abbiamo chiaro chi sia il protagonista, il punto di vista, il “noi” del racconto (un algherese nella pagina di Alghero), e chi l’antagonista, l’oggetto, il “loro”: le persone transessuali.

L’articolo, aldilà di una costruzione fondata su un certo distacco ironico del narratore, è fondato sulla costante contrapposizione tra questo noi che rappresenta la normalità, giustificato costantemente in ogni sua azione ed eletto a protagonista della narrazione, e un loro, l’anormalità, costantemente distanziato, con strategie comunicative fortemente disumanizzanti, ed eletto ad antagonista.

I protagonisti della storia sono definiti in varia maniera attraverso nomi che ne identificano la professione (cameriere), i rapporti sociali (amico, parenti e amici), l’attività in situazione (viaggiatori), e sono presentati con numerose informazioni di background che ne contestualizzano e motivano ogni azione. Sono, insomma, persone a pieno titolo, con una storia che trascende il fatto di cronaca, fatto nel quale “sono finite”, loro malgrado. Ogni loro atto descritto è in qualche modo motivato; dal momento in cui avviene l’incontro con “i trans”, è motivato e giustificato sempre dalle azioni di questi ultimi: è evidente che il punto di vista, la voce di questi ultimi non siano considerati degni di attenzione e di menzione, mentre ogni responsabilità per il fatto narrato gli è sostanzialmente addebitata.

Gli antagonisti sono presentati con un’unica definizione, quella di “trans”, accompagnata dalla enumerazione ossessiva (due, tre, un terzo) o dalla massima indefinitezza (qualcuno), in un esercizio evidente di spersonalizzazione. Per il giornalista, per il narratore ed il lettore implicito, le persone transessuali non hanno individualità di sorta, e sono definibili sulla base di questa unica caratteristica: l’essere “trans”. Questo “essere trans” è una somma di stereotipi che di per sé spiega il comportamento e le azioni de “i trans”, perciò esse non necessitano di spiegazione, sono ovvie. Se per il cameriere e il suo amico servono lunghe circonlocuzioni per spiegare cosa ci facessero nel luogo dello scontro, e come mai abbiano agito come hanno agito, per “i trans” si dà per ovvio e scontato che si stessero prostituendo, che la prostituzione comporti un “approccio audace” e, nella degenerazione morale implicitamente connessa alla prostituzione, conduca anche ad avere “le mani lunghe”, in un costante ammiccamento con il lettore, che propone tutta la vicenda come una vicenda comunque non seria, perché non seria, grottesca, è concepita la figura stessa de “il trans”, in quanto “donna con attributi sessuali maschili”. Allo stigma morale, alla sessualizzazione e alla emarginazione della figura della prostituta, alla degradazione comica della “donna con attributi maschili”, si associa poi la minaccia latente nel contenuto di mascolinità de “i trans”, che oltre a produrre una concordanza di genere scorretta e discriminante per le persone transessuali mtf (le uniche considerate nella idea stereotipata de “il trans” corrente nel senso comune), ne giustifica la implicita criminalizzazione collettiva in narrazioni come questa.

La narrazione dell’episodio è infatti caratterizzata da un climax di presunte provocazioni de “i trans” e “reazioni” dei protagonisti, in cui la costante sproporzione della violenza da parte dei protagonisti è accompagnata dalla ridicola sproporzione nelle formule adottate per giustificarne il comportamento dal giornalista: gli “abboccamenti” e le “avances” giustificano gli spintoni, poi “spunta un terzo” antagonista e automaticamente il clima si riscalda, poi “qualcuno” ruba un pacco regalo ai protagonisti e dunque “da lì parte la rissa”, in cui “i tre trans hanno avuto la peggio” (una serie di eufemismi che attenua la sproporzione della forza, e dunque della responsabilità). Però ecco che il nostro protagonista ha riportato un taglio, e imprecisati danni alla macchina, e un furto, e dunque è giustificato (“accecato dall’ira”) nell’inseguire “i tre appena menati” e cercare di investirli con la macchina. Il climax si scioglie raggiungendo il culmine del grottesco, quando, al pronto soccorso, la maggiore gravità delle ferite riportate da “il trans quasi investito con l’auto”, certificata dai sanitari (e dal buonsenso, stando a quanto letto), viene doppiamente derubricata con l’uso della formula impersonale (senza un soggetto definito, e dunque senza una attribuzione di autorità) e con l’uso di una locuzione (“sono stati considerati”) che riduce a parere il responso sanitario, giustificando il successivo scoppio d’ira del protagonista alla precedenza accordata alla sua vittima nelle cure. Una giustificazione peraltro subito contraddetta in chiusura di articolo (dove pare evidente che il nostro eroe non avesse riportato una ferita granché grave, se ha trovato il tempo di tornare ad Alghero e soltanto “gli hanno applicato qualche punto di sutura”).

Inutile dire che la narrazione presentata dal giornale risulta assai poco credibile, fa acqua da tutte le parti e meriterebbe un approfondimento e numerosi aggiustamenti, dopo avere sentito altre persone presenti: quantomeno le tre persone transessuali, gli operatori sanitari, i poliziotti (la cui fugace apparizione lascia più che perplessi, considerando che sarebbe avvenuta nel pieno di un deliberato tentativo di investimento con l’auto). Quello che però qui ci interessa rimarcare, aldilà della evidente contraddittorietà e parzialità delle fonti (forse) adottate dal giornalista, dal modo sciatto e confusionario con cui sono presentati i fatti, è la naturalezza con cui invece, a dispetto di tutto, si dipana il discorso stereotipato, stigmatizzante e irridente verso le persone transessuali, e soprattutto la naturalezza con cui è accolta da molti lettori (sotto questo aspetto, è eloquente la parete dei commenti su Facebook in calce all’articolo1).

Ricordiamo che nella Carta dei Doveri del Giornalista è scritto che “Il giornalista ha il dovere fondamentale di rispettare la persona, la sua dignità (…) non discrimina mai nessuno per la sua razza, religione, sesso”. Questo articolo è evidentemente lesivo della dignità delle persone transessuali, in quanto le priva di individualità, di storia personale, di capacità di azione, di aspirazione e motivazioni, di voce, schiacciandole sotto un cumulo di stereotipi che è il portato di una lunga e pesantissima discriminazione sociale, sostanzialmente disumanizzandole, arrivando a un passo dal giustificare la violenza nei loro confronti. Crediamo che un articolo del genere, qualunque ne sia stata la genesi, sia indegno di un giornalista professionista, e ci aspettiamo che la Redazione de La Nuova Sardegna eserciti uno standard più alto nei suoi criteri di pubblicazione. Pensiamo che l’Ordine dei Giornalisti, e le associazioni che entro il mondo giornalistico cercano di alzare il livello del dibattito pubblico ad un livello minimo di decenza, dovrebbero prendere parola su narrazioni come questa, ed esercitare il dovuto controllo affinché i giornalisti si attengano a minimi criteri deontologici di rispetto della persona umana.

1https://www.facebook.com/lanuovasardegna/posts/10158008296544878


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