Interventi e riflessioni,  Osservamedia Sardegna

Controllo poliziesco e Covid-19. L’inutile colpevolizzazione del cittadino, alla luce dei dati.

Da quando è iniziata l’emergenza coronavirus, abbiamo già avuto modo di denunciare, non certo da soli, lo slittamento del discorso pubblico e istituzionale, teso a trasformare l’emergenza sanitaria in una emergenza di ordine pubblico. Si è tentato in questo modo, palesemente, di scaricare sulla popolazione la responsabilità dell’impreparazione del Sistema Sanitario Nazionale a gestire la pandemia del Covid-19.

Se infatti il coinvolgimento della popolazione nell’adozione delle misure di contenimento è fondamentale per controllare l’epidemia, in Italia si è preferito adottare un sistema fondato su un approccio autoritario e paternalista, fondato sull’infantilizzazione del cittadino. La ripetizione ossessiva dello slogan #iorestoacasa e la costante minaccia della forza pubblica hanno preso il posto di una partecipazione consapevole, informata e spontanea.

I giornali si sono prestati a questa organizzazione del discorso pubblico, offrendo una copertura spropositata all’operato delle forze dell’ordine. La cronaca quotidiana si è fondata in gran parte sulla continua esemplificazione negativa di cittadini sorpresi a violare le misure di contenimento, contribuendo a rappresentare un quadro fantasioso della realtà, fatto di istituzioni responsabili e razionali tese ad arginare l’egoismo e la stupidità del cittadino comune.

Nello scritto che segue non torneremo sulle modalità di rappresentazione scelte dai media generalisti, o sulla razionalità politica che ha spinto ad enfatizzarle, ce ne siamo occupati altrove. Ci importa invece, ora che sono passati quasi due mesi dalla proclamazione del territorio italiano a zona di contenimento del virus, trarre un primo bilancio dei controlli effettuati dalle forze dell’ordine, per verificare se davvero l’immagine di una popolazione riottosa da contenere con la forza abbia mai corrisposto almeno ad un minimo di verità.

Cosa ci dicono i numeri di controlli e sanzioni

A livello italiano, dai dati dei controlli forniti dal Ministero degli Interni, risulta che dal 28 marzo al 30 aprile i controlli ai singoli cittadini sono stati 8.584.722, le sanzioni 283.314, pari al 3,3% del totale. Questa percentuale è comprensiva delle innumerevoli sanzioni contestate e contestabili, per le quali attualmente non c’è una stima, e ovviamente dei divieti assurdi e contro il buonsenso presenti in leggi e ordinanze.

I dati in Sardegna sono in linea con quelli italiani, e anzi spesso inferiori: per i primi 28 giorni di aprile, tra le prefetture che forniscono pubblicamente dati puntuali, quella di Oristano segnala 22.811 controlli, con 384 sanzioni, pari all’1,7% del totale1. Quella di Cagliari 58.707 controlli e 1.421 sanzioni, pari al 2,4% del totale2. La prefettura di Nuoro ha reso noti i dati dei controlli pasquali, per cui vanta di avere mosso 500 uomini ogni giorno dall’11 al 13 aprile (con un ovvio aggravio di spesa, mai quantificato), per un bilancio di 5.371 controlli e 229 contravvenzioni, pari al 4,2% del totale.

Curiose oscillazioni locali poi sono rappresentate dai dati offerti dai comuni, che riguardano i controlli effettuati dalla Polizia Municipale. Citiamo il caso limite di Nuoro, dove il comune ha annunciato tra il 20 marzo e l’11 aprile ben 6.000 controlli, con solo 4 sanzioni (lo 0,08%, meno di una su mille!)3, mentre il comune di Sassari ne esercitava 3.709 per il periodo tra il 22 marzo e il 28 aprile, con 181 sanzioni, pari al 4,8% del totale (in un contesto di restrizioni particolarmente rigide)4.

Anche la Regione Sardegna, assai avara di dati precisi e ben contestualizzati sul fronte della gestione sanitaria, ha sempre proceduto a fornire documentazione puntualissima dei dati riguardanti le infrazioni contestate dai forestali, che al 1° maggio, risultano avere compiuto 38844 controlli e avere comminato 759 contravvenzioni, pari all’1,9% del totale5.

L’utilità dei controlli risulta molto più marginale di quanto la cronaca dei giornali abbia raccontato, e l’apparato di controllo nettamente sovradimensionato, stante la bassa percentuale di sanzionati rispetto alla popolazione generale, e rispetto ai controlli effettuati.

A questo dato evidente, va aggiunta un altro fatto, ovvero che molte contravvenzioni sono avvenute per divieti riguardanti attività completamente innocue dal punto di vista sanitario, come l’uscire di casa da soli, o insieme ai conviventi, pur mantenendo le distanze indicate, e spesso in luoghi totalmente isolati.

Dai riscontri effettuati sui giornali locali sardi, e sui comunicati stampa di polizie locali e forestali sardi, risulta in effetti che la gran parte delle contravvenzioni riguardano corridori solitari, conviventi recatisi insieme a fare la spesa o fermati nella stessa autovettura, persone recatesi da sole in campagna. Non mancano poi i casi di abusi palesi, con contravvenzioni per attività chiaramente consentite dai decreti, o gli atteggiamenti umilianti e aggressivi adottati verso la cittadinanza da diversi, comunque troppi, esponenti delle forze dell’ordine. Costruire una base dati che possa dare conto in maniera precisa di questi dati aneddotici, tuttavia, risulta al momento difficile, perché questi dati non sono mai stati raccolti e forniti in maniera puntuale.

Cosa ci dicono i numeri sui luoghi del contagio

D’altra parte, i dati che iniziano a uscire da alcune ricerche sulla diffusione dell’epidemia, denotano un quadro che per le persone di buonsenso era già chiarissimo, e che rinforza la ragione dell’insensatezza di gran parte delle sanzioni: le strade e le campagne non sono un luogo significativo nella diffusione del contagio.

Uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità, su un campione di 4.508 positivi al virus testati dal 1° al 23 Aprile, sui 58.803 casi totali, ha denotato i seguenti spazi come principali luoghi del contagio:

Secondo l’ISS “I dati, benché disponibili per un numero limitato di casi (8% del totale) sono in linea con quanto atteso a seguito delle misure di distanziamento sociale messe in atto a partire dal 9 marzo 2020”. Può darsi, da questi dati comunque emerge che i luoghi del contagio sono RSA, ospedali, le nostre case private, i luoghi di lavoro, in linea con quanto le denunce dei sanitari (e in seguito anche la cronaca) vanno dicendo da settimane. Le strade e i luoghi all’aperto non sono nemmeno menzionati, in parte, certo, perché difficili da individuare come causa di un contagio, ma principalmente perché, una volta diffusi tra le persone la percezione del rischio e le pratiche igienico-sanitarie di base, a partire dal distanziamento fisico, sono spazi percorribili in assoluta sicurezza.

Uno studio dell’INPS, invece, verifica “l’ipotesi che, a seguito dei provvedimenti governativi, le province con una maggiore quota di rapporti di lavoro nei settori essenziali, cioè che non sono stati bloccati, hanno registrato una crescita superiore del numero dei contagiati”, e “l’ipotesi che oltre all’incidenza dei settori essenziali possa giocare un ruolo rilevante la densità occupazionale a livello provinciale”. Queste ipotesi sono verificate con risultati formalmente convincenti nel mostrare l’incidenza della concentrazione di attività lavorative aperte sulla diffusione del contagio, sebbene basati sui set di dati piuttosto traballanti della Protezione Civile, che comunque sono gli unici disponibili.

Un altro set di dati interessante è quello offerto dall’INAIL, che ci parla di “più di 28mila i contagi sul lavoro da nuovo Coronavirus denunciati all’Inail tra la fine di febbraio e lo scorso 21 aprile”, la maggior parte dei quali, ovviamente (l’89,6%), composto di personale operante in strutture sanitarie. Per inversione, se ne può dedurre che almeno 2900 contagi siano avvenuti in altri luoghi di lavoro. Il dato è comunque sottostimato perché per registrare l’infortunio sul lavoro causa Covid-19, occorre essere stati testati, ma sappiamo benissimo che i tamponi effettuati sono nettamente meno dei casi circolati, specialmente nelle provincie più colpite.
Inoltre “la platea Inail, riferita ai soli lavoratori assicurati, non comprende categorie particolarmente esposte al rischio di contagio, come quelle dei medici di famiglia, dei medici liberi professionisti e dei farmacisti”, categorie cui potremmo aggiungerne altre scarsamente tutelate, come ad esempio nei servizi di assistenza domiciliare, e tutti i lavoratori in nero (molto presenti, per esempio, nelle campagne di tutta Italia).

I luoghi di lavoro e i mezzi pubblici per raggiungerli sono certamente spazi sensibili per la diffusione dell’epidemia, eppure si è parlato nettamente di più dei corridori solitari sulle spiagge.

Anche il caso della Sardegna, aldilà delle difficoltà della Regione a fornire i dati in un formato leggibile (si veda il grafico sotto riportato), pare abbastanza in linea con i dati generali, che mostrano ospedali ed RSA come principali luoghi del contagio. D’altra parte è cronaca delle scorse settimane il fatto che i principali focolai, e in particolare quello di Sassari, si siano sviluppati attraverso le linee di un sistema sanitario privo di mezzi, strutture, personale e organizzazione per affrontare l’emergenza.

Va registrato il fatto che la Regione non fornisce dati scorporati per i contagi avvenuti fuori dalle strutture sanitarie, e il dato allarmante della quantità di catene di contagio non identificate, segno di una condizione di capacità di controllo dell’epidemia assolutamente precaria, che testimonia ulteriormente delle difficoltà nella gestione sanitaria della crisi, pur nella fortunata coincidenza di un coinvolgimento marginale del territorio regionale.

Conclusioni

Se consideriamo la scarsa quantità delle contravvenzioni notificate, in relazione agli sforzi sostenuti dalle forze dell’ordine, e il fatto che una parte consistente delle sanzioni comminate sono totalmente prive di senso da un punto di vista sanitario, possiamo concluderne che l’apparato delle forze dell’ordine è stato gestito in maniera poco efficiente, e forse anche poco pertinente alla natura dell’emergenza in corso. Questo apre ad alcune domande e considerazioni finali.

Quanto è costato il dispiegamento di mezzi delle forze dell’ordine per controlli stradali e del territorio? Quanto si poteva risparmiare con una migliore calibrazione delle forze? Nessun giornale sembra esserselo chiesto, eppure stante la grave situazione economica generale, non è certo una domanda insensata.

Si poteva utilizzare meglio le forze a disposizione? Considerando la situazione caotica delle concessioni in deroga offerte dalle prefetture alle industrie considerate “non essenziali” per la riapertura, specialmente nelle zone del Nord più colpite dall’epidemia, è probabile che uomini e mezzi delle forze dell’ordine avrebbero trovato un impiego più produttivo nel verificare le condizioni di sicurezza dei lavoratori. Ci si augura che questa sia, in una fase di riapertura, la loro destinazione principale.

In generale, la sproporzione netta tra la capacità di mobilitazione dei mezzi delle forze dell’ordine, e quella dei mezzi del Sistema Sanitario Nazionale, dovrebbe suggerirci l’evidente necessità di ricalibrare le priorità della pubblica amministrazione. Dopo anni di tagli indiscriminati ai servizi, è evidente come sia necessario riportare al centro dell’attenzione e del discorso pubblico la questione dimenticata della sicurezza sociale, che ricomprende i servizi sanitari.

Allo stesso tempo, è evidente la necessità di ridimensionare l’enfasi su un discorso inteso ad affrontare qualsiasi problema sociale come un problema di ordine pubblico da risolvere con il dispiegamento delle forze dell’ordine Questo pericoloso atteggiamento si è ripetuto anche durante questa prima fase dell’epidemia da Covid-19 (arrivando sino alle assurde pretese di dispiegare l’esercito). Come per molti dei problemi sociali che caratterizzano la quotidianità della cronaca, questo dispiegamento di forza e autorità non ha ottenuto nessun effetto di rilievo per la soluzione dell’emergenza, semmai ha alimentato la distrazione di risorse pubbliche da usi più efficaci ed appropriati.

La sicurezza sanitaria, infatti, è un processo che si giova delle modalità democratiche, e si costruisce attraverso l’informazione diffusa, la partecipazione collettiva e consapevole, l’organizzazione capillare dei servizi sanitari di prossimità e comunità, la condivisione delle scelte e dei protocolli nel rispetto della dignità delle persone, perché mai come in questa pandemia è vero il motto femminista: le strade sicure le fanno le persone che le attraversano, non i posti di blocco.



Note:

1Dati elaborato da: http://www.prefettura.it/oristano/contenuti/Monitoraggio_servizi_controllo_forze_di_polizia-8847864.htm

2Dati elaborati da: http://www.prefettura.it/cagliari/news/Comunicati_stampa-8749274.htm#News_94587

3“Seimila controlli, solo 4 sanzioni”, La Nuova Sardegna, 11/04/2020.

4Dati elaborati da: http://www.comune.sassari.it/comune/ufficio_stampa/archivio_comunicati.html

5https://www.regione.sardegna.it/j/v/2568?s=408428&v=2&c=289&t=1

Si ringrazia Benigno Moi per la vignetta in apertura dell’articolo

Un commento

  • LUCA MORO

    I miei complimenti per aver raccontato con scrupolosità una verità conclamata ma taciuta da i mass media e dalle istituzioni fin dall’inizio.
    Ho sostenuto che le responsabilità siano state ribaltate su di noi, cittadini inermi, quando sono da attribuire solo ed esclusivamente a coloro che ci governano e ci hanno governato in passato; coloro che invece di rafforzare il servizio sanitario in questo breve periodo, (organizzandosi per rendere sicuri almeno i presidi ospedalieri e le RSA), hanno preferito abbindolarci con l’accredito sul conto di indennità ridicole, l’erogazione di prestiti in accordo con le banche, proroghe di scadenze erariali, e altre svariate promesse.
    Ma la cosa più eclatante è stato il continuo controllo, da parte delle forze dell’ordine, degli spostamenti di persone colpevoli di fare solo una cosa: spostarsi…
    Potere al popolo!

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