Interventi e riflessioni

27 gennaio 2020: l’ipocrisia e la memoria

Anche quest’anno si è celebrato il Giorno della memoria, per ricordare il momento in cui, 75 anni fa, l’Armata Rossa liberava gli internati del campo di concentramento di Auschwitz, ponendo fine ad uno degli orrori più terribili mai perpetrati nella storia dell’umanità. È un tripudio di “mai più!” quello di cui si ammantano le innumerevoli celebrazioni ufficiali, e ci mancherebbe altro, sebbene ai numerosi e doverosi richiami di attenzione verso l’antisemitismo, non corrisponda altrettanta prontezza nel ricordare l’antiziganismo, l’omofobia, l’abilismo, la repressione di ogni opposizione politica (a partire da comunisti e socialisti), il culto dello Stato e della gerarchia, il militarismo, il sessismo che fu parte integrante dell’organizzazione industriale dello sterminio messa a punto dai nazi-fascisti.

La memoria che ci viene proposta è una memoria sterilizzata, privata dei suoi reali contorni storici, dei suoi responsabili, dei loro complici, e di chi tentò di impedirne le azioni. È una memoria focalizzata sulle vittime, e in realtà solo su alcune di esse. È una memoria che non riesce ad attualizzarsi nel presente, perché addomesticata ad uso e consumo degli Stati, ovvero delle entità che hanno storicamente forgiato ed affinato i mezzi a disposizione dei nazisti per lo sterminio, e continuano ad utilizzarli per i propri scopi.

Guardandoci intorno, mentre per settimane il discorso pubblico è monopolizzato dalle retoriche della celebrazione della memoria, ci sembra di vivere in una società preda dalla sindrome di Korsakoff, capace di ricordare il passato di 75 anni fa, ma non quello di 10 giorni fa. La sindrome però ha per noi un nome diverso, si chiama ipocrisia, e ci fa chiedere: esattamente, cosa si celebra oggi?

In tutta Italia, in quelli che la neolingua dei potenti chiama CPR, Centri di permanenza per il rimpatrio, e il nostro senso della decenza chiama Campi di prigionia per la deportazione, si celebra la costruzione di un sistema concentrazionario senza eguali dai tempi del fascismo, con il suo corredo di violenza fisica e psicologica, volto a deportare gli untermensch di oggi (nemmeno troppo diversi da quelli di ieri). Quest’anno Macomer celebra il Giorno della memoria con l’apertura di un campo di prigionia per immigrati. A Gradisca d’Isonzo celebrano il loro primo morto in un campo di prigionia della stessa specie. L’Italia d’altronde è maestra nella costruzione di campi di concentramento, e sarebbe certo utile se ci fosse un giorno almeno all’anno in cui gli italiani potessero conoscere i nomi di Fossoli, Arbe, Gonars, tra gli altri. Sarebbe assai utile se ci fosse un giorno per conoscere le deportazioni di libici in campi di concentramento disposte da Graziani e Badoglio, e la loro risonanza storica con il sistema di lager per migranti mantenuto oggi in Libia con il tacito sostegno italiano.

Quest’anno si celebra il Giorno della memoria perpetuando la ultradecennale segregazione razziale del popolo Romanì, già vittima della stessa violenza nazista che si finge dappertutto di ricordare, ma sempre trascurato nei grandi discorsi edificanti del momento. Se la parola Shoah è sulla bocca di tutti, solo pochi sanno cosa fu il Porrajmos, lo sterminio del popolo Romanì. Si celebra in mezzo al disprezzo per gli untermensch di oggi, esattamente identici a quelli di ieri, espresso ad ogni livello: sui media, tra la gente, dalle istituzioni. Si celebra con la continua deportazione ed espulsione di persone e famiglie colpevoli di fare parte del popolo Romanì: segregate e abbandonate nei ghetti etnici chiamati “campi”, poi deportate e disperse da lì in ogni luogo, impedite ad affittare una casa dai proprietari, aggredite se accedono a una casa popolare, denunciate e ulteriormente deportate se occupano uno stabile, o se si comprano un terreno lontano da tutti e osano abitarci dentro roulotte e prefabbricati, perché “abusive”, soggette ovunque siano ai periodici pogrom dei bravi cittadini aizzati dal politicante o dallo scribacchino di turno. Scacciate da ogni luogo e definite “nomadi” da chi le costringe costantemente a scappare, o le deporta direttamente dove più gli pare, normalmente in qualsiasi posto possa nasconderne l’esistenza agli occhi di chiunque altro.

Come celebrare la Giornata della memoria ad Olbia, Porto Torres, Monserrato, Selargius, Oristano, Sassari, Cagliari, mentre si perpetuano queste politiche all’infinito, magari spacciandole per politiche di integrazione?

E di che memoria parliamo, se il sentimento dell’odio, la pratica della disumanizzazione che ha prodotto il Porrajmos è ancora tale e quale tra noi, già pronta per essere utilizzata dal prossimo Hitler? La discriminazione e la persecuzione nei confronti del popolo Rom non è terminata nel ‘45, ma prosegue in realtà ancora oggi.

Quest’anno si è celebrato il Giorno della memoria con una messinscena grottesca come la parata di criminali di guerra, eredi o capi di imperi coloniali, presidenti e dittatori di stati razzisti, che si è tenuta in Israele. In uno Stato che si fonda sulla pulizia etnica, la segregazione razziale, la guerra permanente contro il Popolo Palestinese, dove gli ebrei, gli untermensch di ieri, sono riabilitati solo in quanto polizia coloniale dell’Occidente in Medio Oriente contro gli untermensch di oggi, gli arabi, e d’altronde sono sempre più soggetti, di nuovo, all’odio antico che in terra europea continua a covare sotto le braci.

A mostrare in mondovisione il cadavere della memoria sono i meschini giochi retorici dei potenti della Terra, che usano la Shoah per i propri porci comodi gli uni contro gli altri, senza vergogna, mentre preparano la prossima guerra mondiale. È l’osceno rovesciamento della realtà di chi tenta di assimilare all’antisemitismo la giusta indignazione e lotta contro i crimini continui ed impuniti dello Stato di Israele verso il popolo palestinese. È l’uso palese, vomitevole, della memoria dei crimini nazisti come passepartout per tutti i crimini precedenti, contemporanei e successivi, perché di fronte al male assoluto tutti gli altri mali possono sembrare poca cosa, e tutti gli assassini possono darsi un tono da difensori dell’umanità.

Si dice che la memoria è necessaria affinché i fatti ricordati non si ripetano più. Ma quello cui stiamo assistendo è la smentita palese di questo fatto. L’osceno carrozzone di ipocrisia e mummificazioni storiche in cui si tenta di usare la storia dei campi di sterminio nazisti come fonte di legittimazione per gli attuali poteri costituiti è la dimostrazione del contrario. Un carrozzone che ogni anno che passa contribuisce sempre più a sbiadire e sfocare la memoria collettiva degli orrori del novecento, seppellendoli sotto quintali di ipocrisia che nella popolazione lasciano solo l’impronta di una messinscena teatrale, un rito privo di significato, un cumulo di formule vuote. Non c’è da stupirsi se, in coincidenza con la ritualizzazione della memoria collettiva della storia dei campi di sterminio nazisti, si sia assistito al ritorno sempre più prepotente dei sentimenti d’odio che ne hanno reso possibile la realizzazione. I capi di stato ripetono i loro “mai più” con grande sfoggio retorico, ma le loro azioni, molto più eloquentemente, ripetono “ancora” e “ancora” e “ancora”, e incoraggiano continuamente, ferocemente, la crescita dell’odio e del desiderio di violenza contro le minoranze come strumento di controllo sociale.

La memoria è un campo di lotta politica che non può essere lasciato in balia della pacificazione promossa dalle istituzioni, della banalizzazione promossa dai mass media. Nel nostro piccolo questo lo sappiamo e collaboriamo con i tanti che approfittano del 27 gennaio per riproporre una memoria non addomesticata, per ricordare a tutti noi non solo i fatti di 75 anni fa, ma anche quelli del presente, per cercare di mantenere la barra dritta di fronte a chi cerca di esercitare una memoria selettiva sulle ingiustizie inflitte e patite nella storia, per direzionare il nostro sguardo lontano dal presente e impedirci di rispondere a ciò che qui ed ora è l’orrore del nostro tempo, la strada verso le Auschwitz del futuro, che già oggi è lastricata di cadaveri.

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